Gli Emisferi

Blog di Federico Di Gregorio

  • Corpo, desiderio, alterità

    Il saggio Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, scritto da Georgios Katsantonis, e pubblicato dalla casa editrice Metauro, si rivolge a un segmento specifico dell’opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini: la drammaturgia. Prende in esame il corpo, come simbolo e desiderio: il corpo e il desiderio masochistico (Orgia), il corpo che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo tra scissione e visionarietà (Calderón).

    Il testo è diviso in tre parti. La prima è una scelta sadiana. Il linguaggio dei corpi in Orgia è comparato con Philosophie dans le boudoir, «un dialogo tra idee e forme espressive sulla base di affinità concettuali nell’intento di riflettere sul terreno delle modalità in cui la violenza viene ritualizzata attraverso il corpo amoroso sessualizzato». Ecco perciò l’opera teatrale di Pasolini Orgia, narrazione di una coppia, l’Uomo e la Donna, marito e moglie, che praticano sadomasochismo per rifuggire dagli schemi sociali, in una libertà chiusa tra quattro mura; e dall’altro lato la lezione narrativa – anzi, per meglio dire «filosofica» – di Sade: l’adolescente Eugenié, istigato da Madame de Saint Ange, più un gruppo di libertini, tra cui spicca Dolmancé – dediti alla discussione sull’anatomia degli organi sessuali e delle zone erogene con verifiche pratiche, oltre all’apprendimento di specifiche tecniche di godimento: «Non è azzardato sostenere che quella “allegria” che si origina dalla visione dello spettacolo della morte in Orgia richiama alla mente i sadiani “plaisir dans les maux d’autrui” o “plasir qui ne peut naître qui du spectacle des malheureux”». Sembra Pasolini stesso, che si espone come vittima, ad assoggettarsi al supplizio; sospensione che vale come attesa, come interruzione del cerimoniale di morte e come immobilizzazione del desiderio.

    Nella seconda parte si analizza Porcile. Il protagonista è Julian. Julian non è ubbidiente, né alle volontà del padre né alle pratiche della società borghese da cui proviene: nasconde un dirompente segreto sulla sua sessualità. Il quadro della storia è un cavallo di battaglia di Pasolini, il vecchio e il nuovo potere, la contiguità del verso neocapitalista, la «borghesizzazione» del mondo e la fine della polis. Julian è la figura dell’alterità, ed è il corpo di Julian che patisce una strana paralisi corporea e mentale, da un lato, e, dall’altro, l’irrazionalità istintiva del protagonista. Elementi rappresentati dall’interesse di Julian per i maiali, che vanno verso una morte disumanizzata ed esperienza corporale: l’alterità è un prodotto dell’immaginazione, svela la sua natura fantasmatica e si esprime nella trasfigurazione del desiderio in un godimento che non si pone in rapporto con l’Altro ma è «desiderio di niente», volontà di perdersi da parte del soggetto, pura «pulsione di morte». «All’alterità non ci si può sottrarre e viene subita passivamente: essa strappa il soggetto dal proprio essere, lo scinde e lo assoggetta a un ordine trascendente, trasformandolo in asujet».

    L’autore ricerca intorno al collegamento Spinoza-Porcile, il filosofo sarebbe anche uno dei personaggi; individua nel concetto di potere la relazione, nella prevaricazione di un uomo sull’altro. Pasolini drammaturgo mette, in base a questa ipotesi, in scena la tesi spinoziana il diritto è uguale alla potenza, e spiega a Julian che «se il terreno di confronto è la mera Ragione, la Ragione avvalla sempre il diritto del più forte […] Dal dominio totalitario della Ragione tecnocratica ci si libera solo attraverso il recupero del sacro, dell’Altro.» Il capitolo si chiude con l’analisi delle scene chiave, sulla regia cinematografica, della morte dei porci di Julian (Jean-Pierre Léaud) e di cani selvatici per il giovane cannibale (Pierre Clémenti). Interessante è l’accezione della zoofilia in una prospettiva variegata, quella delle forme ontologiche e politiche. «La parola poetica può dunque tornare a esistere e a trovare il proprio valore significante solo a costo di una comunicazione crudele, dal percorso umano a quello animale. Il farsi animale come scivolamento dall’ordine borghese consente all’Io un rituale di autoimmolazione: la zoofilia risiede nell’”oltrepassamento” dell’umano.»

    La terza parte è sull’imprigionamento del corpo nel sogno, le implicazioni estetiche da esso prodotte in un testo drammatico. Si parte da Vida es sueño di Calderón de La Barca, per arrivare al possibile dialogo tra il Calderón pasoliniano e August Strindberg. Pasolini, Calderón de La Barca e Strindberg si servono dell’onirico partendo da prospettive diverse ma legate tra loro da un elemento strutturale: la simbologia carceraria del sogno. Nella Vida es sueño il protagonista è il principe Sigismondo, incarcerato in una torre a causa di una tragica profezia annunciata alla sua nascita; in Ett drömspel, la protagonista Agnes vuole liberare l’uomo rinchiuso nel castello, ed è la figlia del Dio indiano Indra, «mandata in prova sulla terra a conoscere gli umani e l’esistenza».

    Anatomia del potere, di Georgios Katsantonis, dà una geografia frammentata di un aspetto dell’opera pasoliniana imprescindibile, che segue un filo preciso.

    articolo uscito su minima&moralia

  • Lettere da Soldati

    Moralità è un concetto desueto. Lettere da Capri, che valse a Mario Soldati il Premio Strega del 1954, superando autori come Dino Buzzati, Carlo Cassola, Oreste Del Buono, è un romanzo per smontare l’immaginaria storia di sé: la moralità. La narrazione si dipana a tre voci. Il regista Mario, prima proiezione dello scrittore torinese, Harry, funzionario dell’Unesco e storico dell’arte americano, che si occupa di catalogare il patrimonio artistico italiano nel dopoguerra, e Jane, infermiera e moglie di Harry, religiosa e adultera.

    Mario incontra, per caso, nel centro di Roma – altra grande protagonista del testo –, un vecchio conoscente, Harry, che non si risparmia a chiedergli un prestito in denaro. Mario accetta e Harry lo porta a casa per fargli conoscere Dorothea, opulenta prostituta romana di cui l’americano si è invaghito. Il regista desidera leggere un soggetto di Harry per aiutarlo economicamente, così si lascia trascinare dalla magneticità di Dorothea. Il secondo narratore arriva quando Mario è a Parigi, dove riceve il soggetto dello storico dell’arte, il quale, scritto in prima persona, narra a metà la storia che ha portato il tempo fin lì, fino alla povertà e all’amore. Harry descrive l’innamoramento come un avallo di pensieri contrastanti, immaginazione, erotismo vissuto e prima desiderato, anche per anni. L’oggetto non è importante, conta il Sé; disegna un immaginario, per intensità e protocollo, che rende affascinante leggere la prosa semplice, ordinata, in mezzo al disordine della diversità temporale e di costume. Dora è il sogno. Aspetto onirico che accumula inquietudine come una spugna, per rilasciarla sotto forma di amore. Dora diventa il sesso che non esiste. Infatti Jane, moglie devota a Cristo, presenta Dorothea a Mario e diventa complice dei desiderata del marito. La terza voce è proprio di Jane, presentata con il marchio di brava moglie dai saldi principi americani. Jane cura. Jane è mite. Jane è di buona famiglia. La sua presenza appare in disarmo, finché non è la sua. Rimane in disparte di fronte all’ego del marito, all’incedere, che lei stessa ha contribuito a costruire. Jane è Harry. Il romanzo è speculare, crea una trama a cerchio, per spiegare l’umana indifferenza di fronte agli altri, debolezza del sesso e dell’infatuazione facile, della bellezza e l’edonismo sibilato. Aldo, l’amante di Jane, straborda nella mente finché non fa sua la prossimità. È un’ossessione benigna, che rimane con i piedi per terra, facendo sopravvivere il matrimonio con Harry lontano e infedele.

    Un tema del libro è la mordacità, elemento imprevedibile per alcuni e ovvio per altri, ma pur sempre presente. Mordace è il pensiero, il tempo, l’adulterio, la procreazione. Solo l’attesa è lunga e finisce con il sesso. Aggressivo è il desiderio di tutto, in particolare di una persona, che non è mai la stessa. Essenziale è la dichiarazione di colpa, come un infinito loop di assoluzione generico, di carcere per menti comuni. La mordacità è riflessione lenta e segreta, ma applicabile a ogni stato di grazia e di insofferenza. Una lettera è la testimonianza di ciò. Essa rompe l’equilibrio perché è ricattabile, è l’immaginario che si fa reale attraverso la parola scritta. La prova dell’esistenza di un legame astratto è il punto di rottura. Altro motore del romanzo è la soggettività del reale, della verità. Il pensiero che incide sul quotidiano, sulle reazioni, con un chiaro e intimo affabulare la stasi. Ogni deduzione è indotta. Dorothea è il sesso, poi il nulla, dopo la madre. Jane è la moglie, poi il sesso, dopo un’estranea. L’idea sovrasta l’oggettività, arrivando a semplificare senza meta. Il destino riflette se aggiustare, dandosi una forma di potere che entra nella coscienza.

    Non sono secondarie le ambientazioni, tanto che diventano più importanti dell’amore: «Ora devo entrare. Ecco, mi avvio. Devo soltanto attraversare la strada. Tiro fuori la chiave di casa. Mi chiedo se riuscirò a fuggire un’altra volta». Il posto in cui siamo è il posto che siamo. Roma è il richiamo, il luogo, la proiezione. È più importante di Jane, fino a essere oltre Dora. È dove scappare per avere l’habitat dei pensieri caotici, un modo di vedere antiquato e moderno l’uomo. Harry esplora l’intera provincia italiana, la fa sua. Incontra un vecchio e fugace amore, chiuso in un paesino marchigiano come fosse il castello, dove le pareti sono di carta e si sente fuori. Lo storico dell’arte farebbe ogni cosa per l’Urbe, anche amare Dorothea, anche tradire Jane. Quando la situazione rigira gli attori, quando i ruoli si fanno intercambiabili e la prosa conclude che nulla era reale, rimane il posto dei sogni, la fuga, un’altra desiderata illusione di instabilità. Una Roma che anticipa i gesti e l’America che aspetta fedele. Il sogno americano ribalta in quello italiano, fatto di bellezza e scarsa avidità di profitto, innamoramento e poca volontà di ambizione. Si bloccano i giornali, affinché la notizia non si sappia, per una persona. Scrive Soldati: «E viene il giorno in cui anche la nostra ragione, d’un sol tratto, è capovolta. Le passioni, la passione, ciò che nel passato avevamo sempre giudicato bassezza o menzogna, d’un sol tratto ci balena come altezza e verità. Ecco la via, ecco la luce, ci diciamo con straordinario, se pur ingannevole conforto. Siamo anche noi come tutti gli altri, come tutta la gente per bene. Normali. Non abbiamo più dubbi. Che riposo! Era tanto semplice. Bastava un po’ di umiltà. Ci crediamo umili. E, da quel momento, siamo rovinati».

    Tinto Brass si è ispirato a Lettere da Capri per il film Capriccio. Soldati, a sua volta regista di successo, ci ha lasciato un romanzo che può essere contemporaneo come la scrittura, fatta di prosaica libertà. Stupisce, delle pagine, delle lettere, la normalità informale, l’eccesso stupido ed esaltante di atti mancati. Scrive Raffaele La Capria, nella sua autobiografia letteraria Cent’anni d’impazienza, parlando del suo Capri e non più Capri: «Non vorrei che questo libro fosse letto con un sentimento di nostalgia per quello che Capri era e adesso non è più; così come non avrei voluto che L’armonia perduta fosse letta come un’elegia del bel tempo che fu. Più che la nostalgia conta il desiderio di appurare un po’ meglio come mai siamo come siamo, e come mai le cose sono giunte al punto in cui sono. E conta il desiderio di ri-conoscere i luoghi dove affondano le nostre radici, per potere – anche attraverso la scrittura – riappropriarcene e “appalesarli al mondo”». Mario Soldati si divise tra cinema e letterature, dal primo libro Salmace (1929) a capolavori cinematografici come Piccolo mondo antico e Le miserie del signor Travet, passando per un’opera raccolta in tre Meridiani Mondadori: Romanzi (2006), Romanzi brevi e racconti (2009), America e altri amori. Diari e scritti di viaggio (2011). Visse tra l’America e l’Italia, amò totalmente più donne tra cui Alida Valli, studiò e insegnò alla Columbia University. Lettere da Capri è il suo miglior lavoro, in cui si rintracciano pezzi dell’autore in ogni personaggio, non solo nel regista omonimo. Soldati crea una proiezione di sé, che è il suo amare; di sé come totalità, del suo amare come assoluto.

    articolo uscito su satisfiction

  • Costruire l’Occidente

    Cristo fra i muratori è un vangelo proletario. C’è il venerdì santo, giorno della morte di Geremio, e la Pasqua, l’iniziazione del bambino Paul come manovale. Il romanzo, scritto da Pietro Di Donato, figlio di migranti italiani negli Stati Uniti, è un avallo di stereotipi così perfetti da essere didascalici. Il Lavoro è la messa in opera. I mattoni pietre miliari della formazione di Paul, bambino rimasto orfano di Geremio, immigrato italiano di origini abruzzesi. Geremio, una mattina, esce per recarsi in cantiere e, a causa dell’imprudenza del suo capo, rimane coinvolto nel crollo che lo ucciderà, lasciando la sua salma cementata nella costruzione. Il destino di Paul è nelle mani dello zio Luigi, muratore dall’incedere pesante. Zi’ Lui’, come fosse dentro un’opera shakespeariana, incappa in un incidente sul lavoro subito dopo, finisce in ospedale ed è costretto a farsi recidere una gamba. Il giovane Paul rimane l’unico a poter sfamare la famiglia, con sette fratelli e sorelle. Tenta di farsi assumere nel cantiere dove stava il padre, ma trova resistenze. Finché uno dei manovali, Vincenzo, il suo nuovo «padrino», riesce a reclutarlo, in contrasto con le disposizioni governative sul lavoro minorile. Paul è entusiasta dell’acquisito ruolo pratico e si dedica alla posa dei mattoni, che gli consente di arrivare a un guadagno quasi pari a quello degli adulti nel cantiere. Il tempo per lui è accelerato, i suoi coetanei, come Louis o Gloria, appaiono e spariscono nel racconto tipo appunti rapidi, post-it di ciò che non è stato. L’America viene formandosi dalla rivoluzione industriale. I migranti italiani sono visti con la notazione razziale degli scalmanati, gli incontrollabili ed è ovvio si facciano male. La condizione dei lavoratori viene descritta come un codice di comportamento tra uomini, anzi «paesani».

    Il Lavoro, con la lettera maiuscola, fa da spartiacque nella libertà delle persone, per l’intero circondario. Perché l’esistenza subordinata dei protagonisti, che portano a casa dieci o venti dollari a settimana, è l’assoluto. Quando l’assoluto si interrompe, e arriva la morte del capomastro Geremio sotto a una colata di cemento, il tempo ribalta per ognuno, come in un film di fantascienza. Paul si trova circondato dal ricordo e indossa i panni del muratore. Non lo è, però la verità è esserlo. I suoi muscoli non consentirebbero tale sforzo, ma trova un padrino che lo aiuta a guadagnare l’obolo per far sopravvivere i suoi fratelli, la madre Annunziata. Paul si rovina la vita e salva l’unica sopravvivenza possibile della condizione diffusa. Non è solo, è il mondo. Se cade, perde lui.

    Scrive John Fante, nell’opera La confraternita dell’uva: «Come Paolo, che ebbe il suo momento di verità prima di Damasco, così Henry Molise aveva avuto il suo frammento d’estasi venticinque anni prima nella biblioteca civica di San Elmo. Mi fermai su un lato del grazioso edificio, salii i gradini di arenaria rossa che mio padre aveva costruito con le sue proprie mani, entrai nel foyer e percorsi a grandi passi un corridoio di scaffali fino a quel punto familiare in un angolo vicino alla finestra, vicino al temperamatite sotto il ritratto di Mark Twain, ed estrassi la copia rilegata in pelle de I fratelli Karamazov. La tenni tra le mani, sfogliai le pagine, la tenni stretta tra le braccia: la mia vita, la mia gioia, il mio sublime Dostoevskij. Magari l’avevo tradito nei fatti, mai nella devozione. Il mio amato papà se n’era andato, ma Fëdor Michajlovič sarebbe rimasto con me fino alla fine dei miei giorni».

    Cristo, nel romanzo, è presente come giustizia, speranza, prossimità alla morte, resilienza. Non è un Cristo terreno, il suo stato in Terra è alterato da emissari che non hanno soluzioni concrete per i poveri. Allorché Paul chiede aiuto al prete, lui lo liquida con un pezzo di torta. Cristo in terra è umano e si trasforma solo nella morte. Il dio invocato è per avere rivalsa, comburente necessario a sopravvivere; ossia la speranza, procrastinare. E se, come pensa qualcuno, la speranza è una parola da padroni, qui sembra un termine da inermi, che si rifanno alle leggi della morale comune. L’unico distinguo con gli altri è la sensazione della scomparsa come compagna necessaria. Il padrino morirà. Moriranno. In un viaggio che diviene onirico, acquisendo il senso magico lungo la crescita di Paul, il mondo andrà avanti.

    Mortale. Prosaico, poetico. Cristo fra i muratori può essere un romanzo di formazione, uno scritto sociale, un testo neorealista, surreale. Uno scritto semplice come i suoi personaggi da epica del popolo, la scrittura mai banale per l’autenticità del racconto. È la vera strada fatta dai grattaceli di New York per arrivare a essere il centro del mondo occidentale, costruire l’Occidente, affidare al proletariato il centro della Terra, senza dargliene conto. Appare la crisi del ‘29, che per i lavoratori dei cantieri è inspiegabile: cosa c’entrano, con loro, i signori buffi della finanza, che non sono sporchi di malta e non vanno in giro con le scarpe bianche, non sanno usare la cazzuola e hanno un modo di fare timido? Bisogna resistere e resistere vuol dire rimanere.

    Scrive David Foster Wallace, in Infinite Jest: «Un altro modo in cui i padri influiscono sui figli è che i figli, una volta che le loro voci sono cambiate con la pubertà, invariabilmente rispondono al telefono con le stesse locuzioni e intonazioni dei loro padri. La cosa resta vera indipendentemente dal fatto che i padri siano ancora vivi o meno».

    Zio Luigi si sposa. È un giorno di festa. Grazie al sussidio, per l’invalidità perenne, può riprendersi pezzi di esistenza, lontano dal Lavoro. Il paradigma è al contrario, la libertà è stare lontani dal cantiere. Non era il caso sposasse Cola, però non è più vero. Paul ha accettato un nuovo impiego, sui grattacieli di Manhattan e gli sembra miracoloso, da condividere con chi era stato essenziale. Paul è come tanti cardini della comunità e serve a far perdere la vita. C’è da festeggiare. La festa di zio Luigi è italiana. Diventa onirica come un incubo e poi rimbalza nella tarantella. Vai via, gli dice la madre a Paul negli incubi, perché il percorso di tuo padre Geremio è già tuo, è il sacrificio umano un destino prestabilito della classe lavoratrice dei palazzi di New York, dei costruttori del nuovo universo in Terra, prima di evocare Cristo. Il linguaggio da autodidatta è arricchito dalla disgrazia. I dialoghi sono immediati, le stagioni freddissime e caldissime, la fatica liquida. Il tema del libro è l’assoluto. Di fronte alla povertà, vale l’assoluto. Le vicende accadono per rottura, come la morte che apre il romanzo. Dentro o fuori. Un minuto ed è l’America.

    Pietro Di Donato, nato nel 1911 e morto nel 1992, ha lasciato un romanzo autobiografico che è, per noi, un libro sulla storia dell’umanità novecentesca. Ha avuto successo internazionale, tanto da ispirare il film Give us this day, diretto da Edward Dmytryk. Il romanzo è uscito negli Stati Uniti ai tempi di Furore di Steinbeck, nel ‘39, senza sfigurare. L’editrice Readerforblind, nome rubato da una citazione di Carver, lo ristampa per consegnarci uno spaccato necessario a capire il presente.

    «La maschera viene messa su naso e bocca. La gola si stringe e il petto si gonfia. Oceani che ruggiscono nelle caverne delle sue orecchie. Corpo reciso e ridotto a un atomo.»

    articolo uscito su satisfiction

  • La strada di chi resta

    «Milano, nella sua casa, fra i suoi libri, fra i piccoli oggetti preziosi che ha comprato in giro per il mondo, fra le sue candele sempre accese e le decine e decine di bottiglie ben allineate sul tavolo di mogano dell’angolo bar, gli sembrava un rifugio antiaereo» scriveva Tondelli. Le cose materiali sono protagoniste nell’inizio del nuovo romanzo di Matteo B. Bianchi, La vita di chi resta, edito da Mondadori. Casa, ascensore, vestiti, scarpe, simboli del quotidiano e della discontinuità, uniti al mantra del parere popolare, per l’abbandono terapeutico delle cose materiali. Perché? Non ha senso, si dice l’autore: «Non riescono a capire che dai ricordi sono invaso». Inizia l’egida dell’irrealtà, in un memoir delicato, scarno e pacifico.

    Cosa significa sopravvivere dovrebbe essere il tema del libro, forse non lo è. «L’assenza di intenzioni» mi ha colpito di più. Il sopravvivere deriva dall’assenza ed essa esiste solo nel soggetto che rimane, come da titolo. Per ciò il memoir di Matteo B. Bianchi è un viaggio illecito, tra gli oggetti e le persone che si avvicinano. Quindi è tutto. È poco altro la prosa essenziale, i flash come un post-it sul tavolo dell’ingresso, davanti una sala vuota sono parte della storia, della libertà di scriversi. Le parole e i pensieri diventano man mano, come ci si attende da uno scrittore, le uniche cose materiali. La geografia di un amore rimane lo strumento dell’abbandono dello stesso. Dove accade e perché, ossia chi. Dopo le scene iniziali, ci si immerge nel passato prossimo, che tale è diventato: prima dell’assenza il vissuto diviene lontano ed è un escamotage. All’improvviso, si cerca nella memoria del proprio tempo fatto di ricordi eterei, non visuali, per colpa di un’epoca analogica. Si palesa, nella mia testa, l’immagine di Pier Vittorio Tondelli, di Camere separate, che lo stesso autore de La vita di chi resta, inconsapevolmente, mi spinge a rileggere con il passaggio: «Non rileggo mai un libro due volte. Almeno non per intero». Bianchi parla della raccolta di racconti che sfoglia sul tram nell’ultimo giorno prima del dolore. Non è di Tondelli, non potrebbe esserlo. Poco importa.

    Mi chiedo se il tema del romanzo sia il dolore. Il dolore che porta l’assenza di iniziativa. Non è proprio così. Dolore è un termine improprio, c’è scritto. Il dolore, nel testo, sembra estraniazione. Estraniazione dalla paura, dalle ansie, dai successi. Estraniazione dal ruolo umano dietro un «vetro». Il primo momento per lui autentico, dopo tanto, è quando un autore gli consiglia di prendere appunti: l’altro scrittore lo riconosce, nel suo essere fuori dalle regole, alieno prima della strada per «risalire». Intanto emergono riti mentali, che si incontrano nel lasciare o nell’essere lasciati. Il protagonista del libro vive un abbandono totale, è questa la differenza. Mentre si allontana dai sentimenti, con la gradualità e la prepotenza propria della situazione, è costretto a vivere una perdita assoluta: metafora che diventa verità. Allora il desiderio compare a lenire, in maniera creativa, in qualche modo. Con Carrère che firma gli episodi di Les Revenants e lui ci proietta la gioia ormai impossibile dello spiegarsi fino in fondo. Si parla di resistere. Arriva l’ispirazione per capire il tema del romanzo: l’inerzia, ossia la resistenza. I libri che parlano di resistenza non si posano nemmeno sotto tortura, in un singolare gioco di specchi. Sono esperienze che attraversano, quasi come fosse obbligatoria, la fase della colpa. La vita di chi resta è colpa, momentanea. Delitto perlomeno condiviso con gli altri, che qualcuno in maniera goffa, e altri in modo esemplare, affrontano. È un incastro che evoca il più banale dei concetti. Come scrive Edmund White, in La vita di prima: «Sì, ci vuole coraggio a innamorarsi. È come passeggiare distrattamente, fingendo di condurre una vita ordinaria, mentre in realtà si sta camminando in punta di piedi sul bordo di un burrone, vicino al cratere di un vulcano con il suo deposito di lava incandescente».

    A metà della narrazione – che si costruisce intorno al punto di rottura, rimettendo insieme i pixel della sera che ha cambiato l’universo dell’autore – ci si chiede, credo in maniera diffusa, cosa sia la diversità. Diversità è una parola che cambia significante nel tempo. Evoca il gap culturale tra i due uomini protagonisti del memoir. Il primo, intellettuale, immerso nella Milano creativa, tra musica, libri e agenzie di comunicazione; il secondo, manovale, autista, padre di famiglia, a un certo punto lavoratore saltuario. Il primo, riflessivo e attaccato all’opinione degli altri, nella misura giusta; il secondo, poco interessato alle regole sociali, alle gerarchie di turno, legato al momento quasi fosse un personaggio pasoliniano. La diversità è una caratteristica singolare: favorisce l’inizio di una relazione e allontana nel mentre, anche se – ben descritto – c’è il ritorno di fiamma per l’imprevisto, metafora una caldaia nella sera al centro di Roma, a parlare di storie, astrazioni e sigarette. Alla diversità nell’interpretazione di un ruolo non crede più nessuno. In un dialogo, il Thomas Bernhard di Perturbamento, descrive: «Certe persone che non ci sono simpatiche non le lasciamo recitare nello spettacolo che abbiamo allestito; se vi si introducono, noi le scacciamo. Se uno si rende perfettamente conto dell’aspetto meccanico del proprio corpo, non riesce più a respirare».

    Matteo B. Bianchi dice di aver stabilito «diverse successioni», di aver spostato «cose e persone nel tempo». Aggiunge: «Dovessero chiedermi cosa c’è di vero in questo libro, risponderei, senza esitazione: tutto». Si chiama fuori da possibili confusioni e le alimenta. È l’ultimo passo della strada compiuta, appuntata, scritta con la memoria. Non si affrancano l’esistenza reale e la letteratura. Spesso così coincidenti da essere imperturbabili, di fronte all’esposizione in un grande festival o nella mente del singolo. Parte il primo tour dell’autore, per presentare il suo esordio, chiuso poco prima del suicidio dell’ex compagno, in cui risultano evidenti tracce di vita e non potrebbe essere altrimenti. Finisce, nello spazio letterario che non è diverso dal reale, con il memoir di cui parliamo, che corre pieno di idee irrisolte fino al niente da poter scrivere, il momento in cui si chiude. La narrazione di una storia non è viverla, vivere una storia è semplicemente narrarla. Fa così Matteo B. Bianchi, in questo libro pieno di fantasmi, dall’inizio alla fine. Scrittore, editor, autore per la radio e la tivvù, curatore della rivista letteraria ‘tina, ci fa conoscere un aspetto per aprirne altri, comincia dal non sentire e finisce con una solida spiegazione. Parla della prevenzione, dell’ascolto. Racconta della ricerca e dell’esternalizzazione della stessa, tra medici, maghi e sopravvissuti. La vita di chi resta è commovente e utile, abbraccia il valore letterario di un testo per intero: la comunicazione di sé e la non-unicità del messaggio. In una riunione di letterati, spicca così per sensazioni positive, dentro un olocausto di ricordi da smarrirsi.

    articolo uscito su nazione indiana

  • Nel Rust Belt di Markley

    In una storia due elementi possono essere particolarmente evocativi: un funerale e l’adolescenza. A essere rispettabile è anche la ricerca del grande romanzo americano. Esiste chi ama l’ostinazione, da isolato supporter dei topos letterari più bistrattati; sbirciando però tra le recensioni, quelle dei lettori di ogni tempo, tra le opinioni di mezzo, c’è da rilevare che alcune colonne classiche del romanzo descrittivo dell’America, della storia che si aspetta per comprendere un paese variopinto dal luogo comune perfetto a esserlo o meno, sono strutture rese impopolari dalla lontananza. Ne sono varie, come l’ambiente allegorico e retrogrado, le attese sociali, la guerra, l’aspetto esacerbato dello sport. Mentre negli Us scatta l’amore trasmesso per il racconto familiare, critico, patriottico, filo che tiene insieme una tradizione grazie alla quale sopravvive, in Europa può essere percepito come solito. Ohio di Stephen Markley vive di questa carica, a seconda del pubblico riuscita o meno, in entrambi i mondi. Indovina il senso del thriller contemporaneo, demolitore di regole singolari, tanto da partecipare a rendere faticosa, sempre più, la caratterizzazione dei generi.

    «Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciaio calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera americana.»

    L’inizio è un volo cinematografico sulla cittadina di New Canaan, sul suo inevitabile funerale di punta, quello di Rick Brinklan. Il romanzo si apre con una bara vuota e una «grande bandiera americana». È il 2007, gli Stati Uniti fanno i conti da tempo con l’11 settembre del 2001 e le conseguenze da esso innescate. Alla parata qualcuno risulta assente, come l’autore precisa nel momento più significativo del preludio: «Bill Ashcraft e Porno Tina. Stacey Moore, ex campionessa di pallavolo ed ex seguace della First Christian Church. Un ragazzo di nome Danny Eaton che era ancora sotto le armi in Iraq, qualche anno prima di perdere uno dei suoi begli occhi nocciola. Ognuno di loro era assente per ragioni personali, e un giorno tutti quanti sarebbero tornati».

    La storia si concentra su dieci membri di una classe liceale, da ragazzi celebrità del Rust Belt, il cui destino è andato lontano dai piani radicati sulle certezze dell’adolescenza. Ci sono quattro punti di vista, Bill, Stacey, Dan, Tina; vivono sinergie simili, narrazioni singolari, che si sfiorano, rimangono, urtano. Bill Ashcraft, ex campioncino di pallacanestro, è stato attivista politico, pacifista, progressista, speculare e opposto a Rick, una volta anche sul fronte amoroso. Si trova a trent’anni ad avere l’esistenza devastata da alcol e droga, da speranze ridimensionate. Ricompare a New Canaan per consegnare un enigmatico pacchetto all’ex ragazza di Rick, così incontra il proprio luogo d’origine diverso, peggiorato negli anni fino a divenire rassicurante. Torna per un motivo, rivolto al passato. Come Dan Eaton, reduce dall’Iraq, lì per vedere Haley Kowalczyk, sua ex fidanzata. Come Tina Ross, già cheerleader della squadra del liceo, ritornata per parlare con Todd, giocatore di football che le aveva fatto vivere un dramma. Come Stacey Moore, riapparsa nella cittadina immaginaria dell’Ohio per Lisa, la ragazza con cui ha scoperto il proprio orientamento sessuale. Intrecci, sottotrame e attese presentano in collezione gli stereotipi dei teenager americani, plurirappresentati in libri e serie televisive, in un microcosmo che racconta e dialoga dell’America intera di alcuni decenni.